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  abcdefg dalla A alla Z - giancarlo giansante
 
Diario
 


Tutto ciò che è cosciente va soggetto a un processo di erosione, mentre ciò che è inconscio è relativamente immutabile. SIEGMUND FREUD





11 marzo 2009

Informazione?

Medici senza frontiere presenta l'annuale rapporto sulla presenza in tv e stampa
di situazioni gravi del Sud del mondo. L'attenzione scende di anno in anno

Msf mette nel mirino i media italiani
"Crisi umanitarie sempre più ignorate"

di CARLO CIAVONI


Msf mette nel mirino i media italiani "Crisi umanitarie sempre più ignorate"

Un'operatrice di Msf in Darfur

ROMA - Un mese di colera nello Zimbawe, con la fuga di centinaia di migliaia di persone verso il Sud Africa, sottoposte a violenze e aggressioni di ogni sorta, in tutto il 2008 ha prodotto 12 notizie nei telegiornali nazionali di Rai e Mediaset. Ma all'estate di Briatore e della Gregoraci - solo alla loro estate - sono state invece dedicate 33 notizie. E così per l'Etiopia: le violenze del conflitto tra i ribelli e le forze governative, aggiunte alla siccità che ha reso impossibili le condizioni di vita della gente che sopravvive nella regione somala dell'Etiopia, è stata raccontata in 6 notizie durante il 2008. Un anno di Carla Bruni ha invece richiesto un racconto seriale di 208 puntate. 

Sono solo due esempi tratti dal quinto Rapporto sulle Crisi dimenticate che Medici Senza Frontiere (Msf) ha presentato stamattina nella sede della stampa estera, per voce di Kostas Moschochoritis, direttore di Msf Italia. Per il quinto anno consecutivo, dunque, la Ong - fondata nel 1971 a Parigi da un gruppo di medici e giornalisti e che opera con progetti in 60 paesi - prova così a fare le pulci al giornalismo italiano, contando i minuti e le righe dedicate alle persone che nel mondo sopravvivono in contesti indecenti, condannati alla guerra, alla fame, alla sete, alle malattie più perfine e devastanti, costretti alla povertà cronica, all'assenza di libertà e dignità. 

Come nel passato, l'analisi è stata curata dall'Osservatorio di Pavia, che ha catalogato i notiziari, secondo macro-aree tematiche e argomenti trattati. La metodologia usata ha "scomposto" i telegiornali in unità di analisi omogenee per contenuto informativo (notizia comprensiva di eventuale lancio). Per ogni unità di analisi viene rilevata una breve sintesi dei contenuti e la categoria tematica di riferimento. Convenzionalmente, la sintesi della notizia riguarda il suo focus principale e non tutti gli argomenti o le derive argomentative contenute in essa. Il corpo dell'analisi è costituito dai notiziari trasmessi nelle fasce del day time e del prime time dai due principali network della televisione italiana generalista, Rai e Mediaset. I notiziari presi in esame sono quelli delle edizioni di metà giornata (13, 13.30, 14,20) e della serata del Tg1, Tg2, Tg3, Canale 5, Tg4 e Studio Aperto. 

Adotta una crisi. Quest'anno c'è un'iniziativa in più: la campagna "Adotta una Crisi Dimenticata", per chiedere a quotidiani e periodici, programmi radiofonici e televisivi o testate online di impegnarsi a parlare di una o più crisi dimenticate nel corso di quest'anno. Ci sono già diverse adesioni da parte di importanti testate giornalistiche, oltre al patrocinio della Federazione Nazionale della Stampa Italiana (FNSI). Sarà Kostas Moschochoritis, direttore di Msf Italia ad illustrare le dieci crisi umanitarie identificate dalla Ong fondata a Parigi nel 1971 da un gruppo di medici e giornalisti, e che oggi si vanta di essere la più grande organizzazione umanitaria indipendente di soccorso medico, che opera in 60 paesi e con 19 sedi. 

Forse c'è una legge, non scritta, che giustifica chi per difendersi prende le distanze dalle tragedie che opprimono quasi tre quarti degli abitanti della Terra. Un diritto in parte sancito dal buon senso, il quale suggerisce di non farsi coinvolgere ogni giorno da 
chi è costretto a contare i bambini che ogni minuto, da qualche parte nel mondo, muoiono di dissenteria, o di fame, o malnutrizione, malaria, aids. Da quei numeri, entro certi limiti, è dunque lecito non farsi travolgere, se non altro per evitare l'assuefazione. C'è però anche un obbligo etico che dovrebbe indurre le persone di questo lato ricco della Terra a non dimenticare del tutto cosa sta succedendo, ad esempio, in Somalia, o in Myanmar, in Iraq, in Pakistan, nello Zimbawe o nel Congo. Luoghi dove l'occhio dell'informazione occidentale non arriva quasi mai, se non in occasione di catastrofi naturali, oppure "emergenze umanitarie" provocate dai frequenti sussulti di guerra, se non addirittura per meri interessi commerciali, sanciti da visite ufficiale di qualche sottosegretario. 

Africa e Asia. Le situazioni più gravi e ignorate nel 2008 secondo MSF sono la crisi sanitaria nello Zimbabwe; la catastrofe umanitaria in Somalia; la situazione sanitaria in Myanmar; i civili nella morsa della guerra nel Congo Orientale (RDC); la malnutrizione infantile in Sierra Leone, nel Corno d'Africa, in Bangladesh; la situazione critica nella regione somala dell'Etiopia; i civili uccisi o in fuga nel Pakistan nordoccidentale; la violenza e la sofferenza in Sudan; i civili iracheni bisognosi di assistenza; la coinfezione HIV-TBC. Nel suo complesso, l'analisi delle principali edizioni (diurna e serale) dei telegiornali RAI e Mediaset confermano la tendenza riscontrata negli ultimi anni: un calo costante delle notizie sulle crisi umanitarie, che sono passate dal 10% del totale delle notizie nel 2006, all'8% nel 2007 fino al 6% (4901 notizie su un totale di 81.360) nel 2008. 

Di queste, solo 6 sono quelle dedicate all'Etiopia, dove la popolazione della regione somala, intrappolata negli scontri tra gruppi ribelli e forze governative, continua a essere esclusa dai servizi essenziali e dagli aiuti umanitari, e nessuna alla coinfezione HIV-TBC, nonostante la TBC sia una delle principali cause di morte per le persone affette da HIV/AIDS e circa un terzo dei 33 milioni di persone con HIV/AIDS nel mondo è affetto da TBC in forma latente. Per altri contesti, dove sono in corso da anni gravi crisi umanitarie, l'attenzione dei media si concentra esclusivamente su un breve lasso temporale in coincidenza con quello che viene identificato l'apice della crisi. È il caso del Myanmar, di cui i nostri TG si occupano solamente in occasione del ciclone Nargis, che rappresenta solo l'ennesimo colpo inferto a una popolazione quasi dimenticata dal resto del mondo, dove l'HIV/AIDS continua a uccidere decine di migliaia di persone ogni anno, la malaria continua a restare la principale causa di morte e ogni anno vengono diagnosticati 80mila nuovi casi di tubercolosi. 

Ed è il caso della provincia del Nord Kivu nella Repubblica Democratica del Congo, dove anche nel 2008 sono proseguiti i combattimenti tra l'esercito governativo e diversi gruppi armati, che sono degenerati in una vera e propria guerra a partire da agosto, che ha provocato la fuga di centinaia di migliaia di persone. I nostri Tg ne hanno parlato quasi esclusivamente in occasione dell'assedio della città di Goma a ottobre e novembre. Nel caso di crisi umanitarie, cui i Tg hanno dedicato uno spazio notevole, come l'Iraq o il Pakistan, va tuttavia notato come le notizie relative alla drammatica situazione umanitaria della popolazione civile irachena o di quella del Pakistan nord-occidentale, rappresentano una netta minoranza. 

L'Iraq e la politica. Vengono invece privilegiate, nel caso dell'Iraq, oltre alla cronaca degli attentati, le notizie sul dibattito politico in Italia o negli Usa; nel caso del Pakistan, le elezioni e la cronaca degli attentati. Infine, anche per il 2008 viene confermata la tendenza, da parte dei nostri media, di parlare di contesti di crisi soprattutto laddove riconducibili a eventi e/o personaggi italiani o comunque occidentali. Emblematici in questo senso sono la crisi in Somalia, a cui i Tg hanno dedicato 93 notizie (su 178 totali) che coinvolgevano uno o più nostri connazionali; la malnutrizione infantile, di cui si parla principalmente in occasione di vertici della Fao o del G8; il Sudan, cui si fa riferimento principalmente per iniziative di sensibilizzazione che vedono coinvolti testimonial famosi e per notizie circa l'inchiesta da parte della Corte Penale Internazionale per il presidente del Sudan. 




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27 febbraio 2009

Emozioni

Pavel Nedved ieri contro il Chelsea© LaPresse

ROMA, 26 febbraio - «Io ho finito questa stagione, comunque vada la Champions e il campionato. Sarà così, ho già deciso. Non credo che ci sarà un ripensamento. Non c'è bisogno di ripensarci, è arrivato il momento giusto». Lo aveva detto più volte, ma questa sembra sia quella giusta. Pavel Nedved, 36 anni, Pallone d'Oro nel 2003, chiuderà con il calcio al termine di questa stagione. Dopo la sconfitta per 1-0 in casa del Chelsea, in occasione dell'andata degli ottavi di Champions League, il centrocampista ceko ha confermato quindi che a giugno si ritirerà: e subito la notizia è stata rilanciata dal sito dell'Uefa.

LA SCELTA - Lo juventino ha spiegato nel post-partita di Stamford Bridge: «Mi sto divertendo molto, ma credo che fisicamente e mentalmente sia arrivato il momento di lasciar spazio ai giovani - le parole dell'ex nazionale ceco riportate dal sito uefa.com -. Meritano di giocare. Forse vi sembra che sia ancora giovane, ma io ho quasi 37 anni e credo che il momento sia veramente giusto per staccare».

IL SOGNO - Prima di appendere gli scarpini al chiodo, però, Nedved vorrebbe realizzare il suo sogno più grande: vincere la massima competizione europea per club: «Mi piacerebbe chiudere con una vittoria in Champions League. Credo che saranno tre mesi di fuoco. Non abbiamo perso ancora niente. Certo, il risultato non è bellissimo, ma al ritorno può succedere di tutto. Penso che le probabilità siano 55-45 per loro, perchè sono in vantaggio di un gol. Sarà una partita molto difficile, ma non impossibile».

E DOPO? - Intanto non ha ancora deciso cosa farà dopo aver svestito la maglia della Juventus: «Ho sempre preso le decisioni a fine stagione in base a come stavo. Adesso invece ho anticipato perché me lo sentivo dentro. Con mia moglie ho parlato tanto e abbiamo preso questa decisione insieme. Anche lei è un pò stanca e io ho tanto da ripagare alla mia famiglia, devo stare di più con loro. Non ho parlato di un mio ruolo nella Juventus. Per il momento non ho pensato al mio futuro. Per ora penso ai tre mesi che devo fare a mille».

da Corriere dello Sport.it




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28 novembre 2008

calcio e politica

Lettera a due settimane dalle regionali. Nel mirino, l'ex presidente, deputato Pdl
"Ha messo la squadra in mani oscure, nuoce al partito e alla nostra città"

Pescara, gli ultras al premier
"Soglia ti farà perdere le elezioni"

Il numero uno uscente accusato tra l'altro di controllare di fatto il team
che milita nella Prima Divisione, la vecchia C1, del campionato di calcio

Pescara, gli ultras al premier "Soglia ti farà perdere le elezioni"

Gerardo Soglia

ROMA - La crisi del Pescara calcio e le elezioni in Abruzzo. A due settimane dalle Regionali l'umiliante situazione del club di Prima divisione - niente stipendi né acqua calda al campo - è diventata l'argomento elettorale principe. Il più sentito, il più scivoloso. La questione sta regalando cene segrete tra l'allenatore triste (Giuseppe Galderisi) e i futuri padroni della società (Giuseppe De Cecco, fratello minore e in minoranza nella grande famiglia che produce pasta). E lettere degli ultras a Silvio Berlusconi. L'altro giorno i minacciosi Rangers hanno scritto, e quindi distribuito, una missiva al premier che riassume i metodi degli ultimi padroni del Pescara 1936 e chiede: "Presidente, faccia pulizia nel suo partito".

Ha scritto la Curva Nord a Berlusconi: "E' passato poco più di un anno da quando abbiamo avuto modo di incontrarla nella piazza centrale di Pescara e sul palco con lei era presente l'allora presidente del Pescara calcio: Gerardo Soglia. Questa persona, eletta successivamente alla Camera dei deputati nelle liste del suo partito, ha perso il senso delle cose. Da mesi calciatori, dipendenti, collaboratori non percepiscono stipendi. I fornitori non vengono pagati. La società di calcio è stata ufficialmente venduta a una società anonima svizzera, la Eurocat sa, e la mancata sostituzione delle garanzie bancarie fa immaginare che il passaggio delle quote sia stato solo fittizio e che l'onorevole Soglia abbia ancora un peso per il presente e il futuro del Pescara". Ecco: "Quest'uomo ci ha consegnato in mani oscure compromettendo il futuro di una storica società di calcio e ridicolizzando il nome della città di Pescara, sede dei prossimi Giochi del Mediterraneo. Sicuramente", e qui arriva l'affondo degli ultras, "sta minando l'immagine del suo partito, peraltro alla vigilia di un delicato appuntamento elettorale". Già, "c'è il rischio che i tifosi attuino l'equazione onorevole Soglia uguale Pdl maturando la voglia di esprimersi diversamente in sede elettorale". L'avvertimento è chiaro.

Delle vicende del Pescara calcio, e dei cattivi pagamenti di Gerardo Soglia, eletto ad aprile con Forza Italia nel collegio di Salerno, oggi segretario della commissione Bilancio alla Camera, è stato informato anche l'abruzzese Gianni Letta, sottosegretario alla presidenza del Consiglio. Già. Soglia ha tenuto in mano il Pescara per un anno, fino allo scorso ottobre, cedendolo quindi all'Eurocat, società svizzera di amministratori italiani tra cui quel Valentino Rizzuto che nel 2003 tentò di lucrare sul fallimento Fiorentina acquistandone il marchio e tentando di rivenderlo alla famiglia Della Valle. Soglia, figlio del costruttore dello stadio Arechi di Salerno, possiede diversi alberghi sul territorio italiano, alcuni di eccellenza, e nel 2007 ottenne il Pescara calcio dalla Cassa di Risparmio di Pescara non appena si impegnò a prendere la decotta Compagnia italiana turismo: la Cit, gli costò 70 milioni. E' interessante notare come la Caripe abbia preferito i Soglia a un solido gruppo formato da undici imprenditori tra cui Filippo De Cecco (il capostipite della famiglia), Carlo Toto di Air One, il gruppo Sarni (catering negli autogrill). Questa associazione temporanea di compratori anticipò, a evidenziare le proprie intenzioni, 100 mila euro a testa: un milione e 100 mila euro depositati in un conto Caripe. Di questi, 450 mila euro vennero girati all'allora presidente del Pescara, Dante Paterna. Ma la scalata calcistica del gruppo fu stoppata.

L'operazione, come tutto quelle che in seguito sarebbe nato intorno al moribondo Pescara, venne governata dal giovane sindaco Luciano D'Alfonso, Pd, tradizione Margherita, desideroso di trovare soluzioni locali per un club in crisi ventennale. Nelle scorse settimane, a campagna elettorale avviata, l'albergatore forzista Gerardo Soglia ha offerto il 50% del Pescara a Riccardo Gaucci, a costo zero. Ottenendo un rifiuto. E allora il sindaco D'Alfonso, avversario politico, ha messo a punto un piano che prevede un prossimo "fallimento pilotato" del club, simile a quello realizzato la scorsa stagione dal Lanciano: un'operazione che consentirebbe al Pescara di restare in Prima divisione (l'ex C1) senza risvegliare automaticamente l'interesse della magistratura, e ai nuovi imprenditori di risparmiare sugli ingenti debiti erariali (10,8 milioni). Per quanto riguarda i 2 milioni dovuti a giocatori e fornitori, sarebbero i futuri proprietari a dettare tempi e modi per il saldo. E i contratti firmati in nero dalla precedente proprietà (2,5 milioni) con la nascita della nuova società si trasformerebbero in carta straccia: inesigibili.

In queste ore D'Alfonso sta lavorando a questo progetto con l'imprenditore alimentare Antonio Oliveri, già vicepresidente del Pescara guidato negli Ottanta dal commendatore e suocero Antonio Scibilia. Sul fronte Federcalcio i referenti dell'operazione sono Gabriele Gravina, ex presidente del Castel di Sangro, oggi consigliere federale senza club alle spalle: candidato del presidente Giancarlo Abete alla direzione generale della Figc, Gravina è stato segato dalla pubblicazione delle intercettazioni di Calciopoli bis. Poi c'è Vincenzo Marinelli, accompagnatore della nazionale Under 21: fu presidente del Pescara, lui, all'inizio degli Ottanta quando i De Cecco erano solo sponsor. Questo giro pescarese ha garantito per stagioni intere Andrea Iaconi come direttore sportivo. E infatti Iaconi, oggi all'Arezzo, è pronto per il rientro a Pescara a gennaio. Sull'asse federale Gravina-Marinelli passa la valorizzazione dei giovani della futura società: l'Under 21 è una selezione nelle man i dei club, ne subisce le pressioni. E il Pescara calcio, nonostante il dissesto finanziario, possiede ancora un vivaio forte. Da valorizzare.

Già, l'operazione "fallimento soft" è tutta tesa a riportare alla guida della società la famiglia De Cecco, seppure attraverso il fratello minore già proprietario dei dilettanti dell'Angolana e del centro sportivo di Città Sant'Angelo dove oggi il Pescara si allena. Insieme ai pastai rientrerebbero una serie di personaggi orbitanti nell'area Scibilia, il padre dell'indebitamento del club. Per allontanare in fretta i fratelli Soglia - invitti all'intera città, peraltro - il Comune di Pescara ha trasformato in ingiunzione un debito, 2,5 milioni, che da vent'anni vantava con il Pescara. E per offrire il primo sostegno ai calciatori al verde, D'Alfonso ha messo mano ai 52 mila euro residui del fondo "Amici di Pescara" (quello degli undici imprenditori stoppati), per lungo tempo bloccato dalla magistratura.

La partita elettoral-calcistica ne sta aprendo una terza, affaristico-edilizia. Il 29 giugno 2009, in Abruzzo, partiranno i Giochi del Mediterraneo, mini-olimpiade che tra cento scontri ha fatto inaugurare nuovi cantieri in regione: su tutti, la profonda ristrutturazione dello stadio Adriatico a Pescara e l'immenso campus universitario attorno al villaggio atleti di Chieti.




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17 ottobre 2008

provato sulle pagine gialle?

Ernie Chambers, in carica da 38 anni, voleva portare il Signore in tribunale
per aver diffuso paura e terrore e di permettere catastrofi e sciagure

Usa, un senatore vuole fare causa a Dio
"Respinta, l'Onnipotente non ha indirizzo"

Il giudice: è impossibile notificare l'atto all'accusato
di MARCO PASQUA


Aveva fatto causa a Dio, responsabile, a suo dire, di aver diffuso paura e terrore in tutto il mondo. Ma il procedimento giudiziario non avrà alcun seguito: un giudice del Nebraska lo ha infatti respinto, perché Dio non ha alcun indirizzo al quale poter notificare l'avvio della causa. Si chiude così la vicenda che vede protagonista lo storico senatore democratico del Nebraska, Ernie Chambers, che, il 14 settembre dello scorso anno, aveva depositato la sua provocatoria causa in una corte del Nebraska.

Secondo il documento redatto dal senatore 71enne (definito da molti "l'uomo di colore più arrabbiato di tutto lo Stato"), Dio e tutti i suoi seguaci, sarebbero responsabili "delle continue minacce terroristiche, con conseguenti danni per milioni e milioni di persone in tutto il mondo". Minacce la cui credibilità è avallata, secondo Chambers, "dalla storia personale di Dio".

Nel documento gli si attribuisce anche la responsabilità di "terremoti, uragani, guerre e nascite di bimbi con malformazioni". Ancora: Dio è accusato di aver "distribuito, in forma scritta, documenti che servono a trasmettere paura, ansia, terrore e incertezza, al fine di ottenere obbedienza" da parte degli uomini.

Chambers ha spiegato di aver avviato questo procedimento per dimostrare che "tutti possono avere accesso a una corte, indipendentemente dal fatto se siano ricchi o poveri" e per sottolineare che "ognuno può essere citato in giudizio". Il suo obiettivo era di ottenere dai giudici una diffida, in cui si sarebbe dovuto sollecitare Dio a interrompere ogni genere di "minaccia" sul mondo.

La causa, comunque, non avrà alcun seguito, perché "non è stato possibile reperire un indirizzo ufficiale di Dio". Il giudice Marlon Polk si è appellato a una legge del Nebraska, secondo la quale chi avvia un procedimento giudiziario deve avere l'indirizzo della persona chiamata a difendersi in aula.

Chambers non si dà per vinto, e anzi si è detto soddisfatto della decisione del giudice. "La corte - ha dichiarato - ha ammesso l'esistenza di Dio. La conseguenza di questa decisione è che viene riconosciuta l'onniscienza di Dio. Quindi, se è vero che sa tutto, deve anche essere a conoscenza di questa causa". Il senatore, che è in carica da 38 anni, ha adesso 30 giorni di tempo per decidere se fare appello.

da Repubblica




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15 ottobre 2008

impossibile da non citare

La denuncia di Saviano: circondato dall'odio per le mie parole
Vado via perché voglio scrivere ed ho bisogno di stare nella realtà
"Io, prigioniero di Gomorra
lascio l'Italia per riavere una vita"
di GIUSEPPE D'AVANZO

ANDRO' via dall'Italia, almeno per un periodo e poi si vedrà...", dice Roberto Saviano. "Penso di aver diritto a una pausa. Ho pensato, in questo tempo, che cedere alla tentazione di indietreggiare non fosse una gran buona idea, non fosse soprattutto intelligente. Ho creduto che fosse assai stupido - oltre che indecente - rinunciare a se stessi, lasciarsi piegare da uomini di niente, gente che disprezzi per quel che pensa, per come agisce, per come vive, per quel che è nella più intima delle fibre ma, in questo momento, non vedo alcuna ragione per ostinarmi a vivere in questo modo, come prigioniero di me stesso, del mio libro, del mio successo. 'Fanculo il successo. Voglio una vita, ecco. Voglio una casa. Voglio innamorarmi, bere una birra in pubblico, andare in libreria e scegliermi un libro leggendo la quarta di copertina. Voglio passeggiare, prendere il sole, camminare sotto la pioggia, incontrare senza paura e senza spaventarla mia madre. Voglio avere intorno i miei amici e poter ridere e non dover parlare di me, sempre di me come se fossi un malato terminale e loro fossero alle prese con una visita noiosa eppure inevitabile. Cazzo, ho soltanto ventotto anni! E voglio ancora scrivere, scrivere, scrivere perché è quella la mia passione e la mia resistenza e io, per scrivere, ho bisogno di affondare le mani nella realtà, strofinarmela addosso, sentirne l'odore e il sudore e non vivere, come sterilizzato in una camera iperbarica, dentro una caserma dei carabinieri - oggi qui, domani lontano duecento chilometri - spostato come un pacco senza sapere che cosa è successo o può succedere. In uno stato di smarrimento e precarietà perenni che mi impedisce di pensare, di riflettere, di concentrarmi, quale che sia la cosa da fare. A volte mi sorprendo a pensare queste parole: rivoglio indietro la mia vita. Me le ripeto una a una, silenziosamente, tra me".

La verità, la sola oscena verità che, in ore come queste, appare con tragica evidenza è che Roberto Saviano è un uomo solo. Non so se sia giusto dirlo già un uomo immaginando o pretendendo di rintracciare nella sua personalità, nella sua fermezza d'animo, nella sua stessa fisicità la potenza sorprendente e matura del suo romanzo, Gomorra. Roberto è ancora un ragazzo, a vederlo. Ha un corpo minuto, occhi sempre in movimento. Sa essere, nello stesso tempo, malizioso e insicuro, timidissimo e scaltro. La sua è ancora una rincorsa verso se stesso e lungo questo sentiero è stato catturato da uno straordinario successo, da un'imprevedibile popolarità, dall'odio assoluto e assassino di una mafia, dal rancore dei quietisti e dei pavidi, dall'invidia di molti. Saranno forse queste le ragioni che spiegano come nel suo volto oggi coabitino, alternandosi fraternamente, le rughe della diffidenza e le ombre della giovanile fiducia di chi sa che la gioia - e non il dolore - accresce la vita di un uomo. "Sai, questa bolla di solitudine inespugnabile che mi stringe fa di me un uomo peggiore. Nessuno ci pensa e nemmeno io fino all'anno scorso ci ho mai pensato. In privato sono diventato una persona non bella: sospettoso, guardingo. Sì, diffidente al di là di ogni ragionevolezza. Mi capita di pensare che ognuno voglia rubarmi qualcosa, in ogni caso raggirarmi, "usarmi". E' come se la mia umanità si fosse impoverita, si stesse immeschinendo. Come se prevalesse con costanza un lato oscuro di me stesso. Non è piacevole accorgersene e soprattutto io non sono così, non voglio essere così. Fino a un anno fa potevo ancora chiudere gli occhi, fingere di non sapere. Avevo la legittima ambizione, credo, di aver scritto qualcosa che mi sembrava stesse cambiando le cose. Quella mutazione lenta, quell'attenzione che mai era stata riservata alle tragedie di quella terra, quell'energia sociale che - come un'esplosione, come un sisma - ha imposto all'agenda dei media di occuparsi della mafia dei Casalesi, mi obbligava ad avere coraggio, a espormi, a stare in prima fila. E' la mia forma di resistenza, pensavo. Ogni cosa passava in secondo piano, diventava di serie B per me. Incontravo i grandi della letteratura e della politica, dicevo quello che dovevo e potevo dire. Non mi guardavo mai indietro. Non mi accorgevo di quel che ogni giorno andavo perdendo di me. Oggi, se mi guardo alle spalle, vedo macerie e un tempo irrimediabilmente perduto che non posso più afferrare ma ricostruire soltanto se non vivrò più, come faccio ora, come un latitante in fuga. In cattività, guardato a vista dai carabinieri, rinchiuso in una cella, deve vivere Sandokan, Francesco Schiavone, il boss dei Casalesi. Se lo è meritato per la violenza, i veleni e la morte con cui ha innaffiato la Campania, ma qual è il mio delitto? Perché io devo vivere come un recluso, un lebbroso, nascosto alla vita, al mondo, agli uomini? Qual è la mia malattia, la mia infezione? Qual è la mia colpa? Ho voluto soltanto raccontare una storia, la storia della mia gente, della mia terra, le storie della sua umiliazione. Ero soddisfatto per averlo fatto e pensavo di aver meritato quella piccola felicità che ti regala la virtù sociale di essere approvato dai tuoi simili, dalla tua gente. Sono stato un ingenuo. Nemmeno una casa, vogliono affittarmi a Napoli. Appena sanno chi sarà il nuovo inquilino si presentano con la faccia insincera e un sorriso di traverso che assomiglia al disprezzo più che alla paura: sono dispiaciuti assai, ma non possono.... I miei amici, i miei amici veri, quando li ho finalmente rivisti dopo tante fughe e troppe assenze, che non potevo spiegare, mi hanno detto: ora basta, non ne possiamo più di difendere te e il tuo maledetto libro, non possiamo essere in guerra con il mondo per colpa tua? Colpa, quale colpa? E' una colpa aver voluto raccontare la loro vita, la mia vita?".
Piacciono poco, da noi, i martiri. Morti e sepolti, li si può ancora, periodicamente, sopportare. Vivi, diventano antipatici. Molto antipatici. Roberto Saviano è molto antipatico a troppi. Può capitare di essere infastiditi dalla sua faccia in giro sulle prime pagine. Può capitare che ci si sorprenda a pensare a lui non come a una persona inseguita da una concreta minaccia di morte, a un ragazzo precipitato in un destino, ma come a una personalità che sa gestire con sapienza la sua immagine e fortuna. Capita anche in queste ore, qui e lì. E' poca, inutile cosa però chiedersi se la minaccia di oggi contro Roberto Saviano sia attendibile o quanto attendibile, più attendibile della penultima e quanto di più? O chiedersi se davvero quel Giuseppe Setola lo voglia disintegrare, prima di Natale, con il tritolo lungo l'autostrada Napoli-Roma o se gli assassini si siano già procurati, come dice uno di loro, l'esplosivo e i detonatori. O interrogarsi se la confidenza giunta alle orecchie delle polizie sia certa o soltanto probabile.
E' poca e inutile cosa, dico, perché, se i Casalesi ne avranno la possibilità, uccideranno Roberto Saviano. Dovesse essere l'ultimo sangue che versano. Sono ridotti a mal partito, stressati, accerchiati, incalzati, impoveriti e devono dimostrare l'inesorabilità del loro dominio. Devono poter provare alla comunità criminale e, nei loro territori, ai "sudditi" che nessuno li può sfidare impunemente senza mettere nel conto che alla sfida seguirà la morte, come il giorno segue la notte.

Lo sento addosso come un cattivo odore l'odio che mi circonda. Non è necessario che ascolti le loro intercettazioni e confessioni o legga sulle mura di Casale di Principe: "Saviano è un uomo di merda". Nessuno da quelle parti pensa che io abbia fatto soltanto il mio dovere, quello che pensavo fosse il mio dovere. Non mi riconoscono nemmeno l'onore delle armi che solitamente offrono ai poliziotti che li arrestano o ai giudici che li condannano. E questo mi fa incazzare. Il discredito che mi lanciano contro è di altra natura. Non dicono: "Saviano è un ricchione". No, dicono, si è arricchito. Quell'infame ci ha messo sulla bocca degli italiani, nel fuoco del governo e addirittura dell'esercito, ci ha messo davanti a queste fottute telecamere per soldi. Vuole soltanto diventare ricco: ecco perché quell'infame ha scritto il libro. E quest'argomento mette insieme la parte sana e quella malata di Casale. Mi mette contro anche i miei amici che mi dicono: bella vita la tua, hai fatto i soldi e noi invece tiriamo avanti con cinquecento euro al mese e poi dovremmo difenderti da chi ti odia e ti vuole morto? E perché, diccene la ragione? Prima ero ferito da questa follia, ora non più. Non mi sorprende più nulla. Mi sembra di aver capito che scaricando su di me tutti i veleni distruttivi, l'intera comunità può liberarsi della malattia che l'affligge, può continuare a pensare che quel male non ci sia o sia trascurabile; che tutto sommato sia sopportabile a confronto delle disgrazie provocate dal mio lavoro. Diventare il capro espiatorio dell'inciviltà e dell'impotenza dei Casalesi e di molti italiani del Mezzogiorno mi rende più obiettivo, più lucido da qualche tempo. Sono solo uno scrittore, mi dico, e ho usato soltanto le parole. Loro, di questo, hanno paura: delle parole. Non è meraviglioso? Le parole sono sufficienti a disarmarli, a sconfiggerli, a vederli in ginocchio. E allora ben vengano le parole e che siano tante. Sia benedetto il mercato, se chiede altre parole, altri racconti, altre rappresentazioni dei Casalesi e delle mafie. Ogni nuovo libro che si pubblica e si vende sarà per loro una sconfitta. E' il peso delle parole che ha messo in movimento le coscienze, la pubblica opinione, l'informazione. Negli anni novanta, la strage di immigrati a Pescopagano - ne ammazzarono cinque - finì in un titolo a una colonna nelle cronache nazionali dei giornali. Oggi, la strage dei ghanesi di Castelvolturno ha costretto il governo a un impegno paragonabile soltanto alla risposta a Cosa Nostra dopo le stragi di Capaci e di via D'Amelio. Non pensavo che potessimo giungere a questo. Non pensavo che un libro - soltanto un libro - potesse provocare questo terremoto. Subito dopo però penso che io devo rispettare, come rispetto me stesso, questa magia delle parole. Devo assecondarla, coltivarla, meritarmela questa forza. Perché è la mia vita. Perché credo che, soltanto scrivendo, la mia vita sia degna di essere vissuta. Ho sentito, per molto tempo, come un obbligo morale diventare un simbolo, accettare di essere al proscenio anche al di là della mia voglia. L'ho fatto e non ne sono pentito. Ho rifiutato due anni fa, come pure mi consigliavano, di andarmene a vivere a New York. Avrei potuto scrivere di altro, come ho intenzione di fare. Sono restato, ma per quanto tempo dovrò portare questa croce? Forse se avessi una famiglia, se avessi dei figli - come li hanno i miei "angeli custodi", ognuno di loro non ne ha meno di tre - avrei un altro equilibrio. Avrei un casa dove tornare, un affetto da difendere, una nostalgia. Non è così. Io ho soltanto le parole, oggi, a cui provvedere, di cui occuparmi. E voglio farlo, devo farlo. Come devo - lo so - ricostruire la mia vita lontano dalle ombre. Anche se non ho il coraggio di dirlo, ai carabinieri di Napoli che mi proteggono come un figlio, agli uomini che da anni si occupano della mia sicurezza. Non ho il cuore di dirglielo. Sai, nessuno di loro ha chiesto di andar via dopo quest'ultimo allarme, e questa loro ostinazione mi commuove. Mi hanno solo detto: "Robe', tranquillo, ché non ci faremo fottere da quelli là"".

A chi appartiene la vita di Roberto? Soltanto a lui che può perderla? Il destino di Saviano - quale saranno da oggi i suoi giorni, quale sarà il luogo dove sceglierà, "per il momento", di scrivere per noi le sue parole necessarie - sono sempre di più un affare della democrazia italiana.
La sua vita disarmata - o armata soltanto di parole - è caduta in un'area d'indistinzione dove sembra non esserci alcuna tradizionale differenza tra la guerra e la pace, se la mafia può dichiarare guerra allo Stato e lo Stato per troppo tempo non ha saputo né cancellare quella violenza sugli uomini e le cose né ripristinare diritti essenziali. A cominciare dal più originario dei diritti democratici: il diritto alla parola. Se perde Saviano, perderemo irrimediabilmente tutti. 

da Repubblica, 15/10/2008




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6 settembre 2007

stop baggy pants

Dopo Atlanta e Dallas molte città americane hanno deciso la tolleranza zero
contro uno dei simboli dell'hip-hop. Sanzioni da 500 dollari a sei mesi di carcere
Usa, guerra ai jeans a vita bassa
"Le mutande deturpano il decoro"

Il progetto di legge contro "l'esposizione pubblica di biancheria" è di un consigliere comunale
Insorgono gli attivisti dei diritti civili: "Una chiara violazione della libertà di espressione"


Due ragazzi statunitensi con i baggy-pants
WASHINGTON - Chi indossa jeans a vita bassa e mette in mostra la mutanda, deturpa il decoro della città, al pari di lavavetri o graffitari. E quindi rischia una multa salata o la galera. E' l'offensiva lanciata da molte città Usa, con in testa Atlanta e Dallas, che come nella New York di Rudolph Giuliani, hanno deciso la tolleranza zero. Ma gli attivisti dei diritti civili insorgono: "E' anticostituzionale".
I 'baggy pants', i jeans dal cavallo bassissimo calati sotto i fianchi, al punto da mostrare i boxer (per lui), o le mutandine (per lei), hanno cominciato a diventare un simbolo a metà degli anni '90, quando rapper come Snoop Dogg o Tupac Shakur (quest'ultimo ucciso a colpi di pistola a Las Vegas) lanciarono lo stile 'gangsta', ispirandosi in buona parte alle abitudini della popolazione carceraria nera. Da allora hanno avuto un successone negli Usa, e non solo. Ma ora la nuova crociata, rischia ora di spedire proprio in cella chi va in giro vestito da galeotto trasandato.
La guerra è cominciata all'inizio dell'estate, quando il sindaco di Delcambre, una piccola località della Lousiana, è riuscito a far passare il giro di vite con una legge che prevede 500 dollari di multa o sei mesi di galera. Subito altre città della Louisiana si sono unite all'iniziativa e l'eco ha attraversato il paese, diventando argomento di discussione anche in grandi metropoli.
Dallas ha messo a punto una legge che è al vaglio degli uffici legali locali. Ma è Atlanta ad aver lanciato in questi giorni il segnale più forte. La capitale dell'hip-hop del Sud, una culla del rap dove vivono e lavorano star del calibro di Ludacris, T.I. e gli OutKast, sembra pronta a mandare un messaggio degno della tolleranza zero di Rudy Giuliani a New York: il look trasandato con la biancheria in bella vista contribuisce a impoverire il decoro della città e, in definitiva, alimenta la sensazione di assenza di sicurezza. Più che un problema di offesa al senso del pudore, insomma, è una questione di ordine pubblico.
Il paragone tra i ragazzi con i jeans bassi e i lavavetri di Manhattan combattuti da Giuliani, non è di un bianco conservatore, teorico della linea dura, ma di un attivista nero di 70 anni, il consigliere comunale di Atlanta C.T.Martin, che ha messo a punto il progetto di legge per punire "l'esposizione pubblica di biancheria maschile o femminile". L'iniziativa, ha spiegato Martin, "è mirata ad aiutare i ragazzi a capire: non credo si rendano conto che i 'baggy pants' sono un messaggio che arriva direttamente dalle prigioni, mentre le lunghe T-shirt che vi indossano sopra sono la divisa degli spacciatori di droga. Quando la polizia li ferma, non possono certo lamentarsi di essere presi di mira e discriminati: si discriminano da soli".
Ma le iniziative di legge sembrano destinate a scontrarsi con l'opposizione delle organizzazioni per i diritti civili e con i giudici. "Si tratta di proposte assolutamente non costituzionali", ha detto Debbie Seagraves, che dirige in Georgia l'Aclu, la maggiore organizzazione americana per i diritti civili. "Se si sceglie una forma di abbigliamento e la si prende di mira, è contro la nostra Costituzione, è una chiara violazione della libertà di espressione".

da repubblica.it




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17 luglio 2007

Musica è droga (senza effetti collaterali...)

Uno studio americano spiega perchè si prova piacere ascoltando una canzone
"Migliora l'uomore perchè si attivano i circuiti nervosi che livellano la dopamina"
La musica? Una droga naturale
"Stimola l'ormone del benessere"


La musica? Una vera e propria droga. In grado di attivare il cervello proprio come uno stimolante chimico e di offrire sensazioni amplificate di piacere, eccitazione o soddisfazione. Provocando, in sostanza, le stesse sensazioni fornite da sesso e droga. Lo sostiene il professore e neuroscienziato Danile J. Levitin. Che, nello studio "Life Soundtracks", indaga le risposte biologiche del cervello agli stimoli musicali.

Famoso per le sue ricerche nel campo della musica, Levitin insegna all'Universita McGill di Montreal. E proprio qui ha "reclutato" i volontari da sottoporre ai suoi test. Durante la ricerca, l'equipe di Levitin ne ha monitorato le reazioni biochimiche agli stimoli musicali. E ha scoperto che "la musica produce una risposta a tutti gli effetti chimica, grazie alla quale i circuiti nervosi interessati aiutano a modulare i livelli di dopamina, il cosiddetto ormone "del benessere" nel cervello. Proprio come avviene per il sesso e alcune droghe".

Sesso droga e rock'n roll, quindi, è il caso di dirlo. Ma, al contrario della droga, la musica non sembra avere devastanti effetti collaterali. Quando ascoltiamo una canzone che ci piace, si attiva lo stesso meccanismo di ricompensa che si attiva anche quando i giocatori d'azzardo vincono o i tossicodipendenti consumano la loro droga preferita. Replicando lo stesso tipo di sensazioni, la musica attiva nel cervello circuiti associati con il sistema nervoso autonomo e produce reazioni fisiche quali sudorazione, eccitamento sessuale e "brividi lungo la schiena". In molti casi, ne consegue un sentimento di euforia che, secondo Levitin "conferma l'idea di un centro sesso, droga e rock and roll nel cervello".

"L'ipotesi di un centro del genere nel cervello prova che la musica ha una parte preponderante nel creare umori e generare reazioni", spiega il dottor Levitin. "La ricerca mostra che la musica ha effetti precisi sulla fisiologia del corpo, compresi il battito cardiaco, la respirazione, la sudorazione e l'attività mentale. La musica è efficace nel moderare i livelli di eccitazione e concentrazione e aiuta a regolare l'umore con la sua azione sulla chimica naturale del cervello". 




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6 giugno 2007

roma - italia

18:07   Follini: "Il trionfo del provincialismo"
"Il mondo discute dell'emergenza climatica, America e Russia sembrano tornare alla guerra fredda e noi celebriamo in Senato il referendum sul generale Speciale. Direi che nella politica italiana sta trionfando il provincialismo". E' quanto dichiara Marco Follini, leader dell'Italia di Mezzo.




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13 aprile 2007

fenomenale

Annuncia il party via Web: casa distrutta
Il testo del messaggio è stato modificato a insaputa della 17enne che organizzava la festa e ha richiamato l'attenzione dei vandali

LONDRA - Ha avuto la brillante idea di organizzare per il giorno di Pasquetta un "web party" a casa sua visto che i suoi genitori erano assenti. Ma quando il martedi mattina i genitori sono tornati a casa, hanno trovato l'abitazione semidistrutta, sporca e con danni che superavano i 30 mila euro. Involontaria protagonista della storia la 17enne inglese Rachael Bell che lo scorso lunedi ha deciso di organizzare dal sito MySpace un party nella sua casa di Woodstone Village, a County Durham nell'Inghilterra settentrionale. Ma la sua pubblicità online è stata modificata da qualche buontempone che ha invitato la gente al party per «sfasciare la tipica casa di famiglia».
PERSONE - Al party si sono presentate oltre 200 persone che seguendo le indicazioni dell'invito sul Web hanno portato decine di litri di birra e alcool e alla fine si sono divertiti a distruggere e a rubare le cose preziose presenti in casa: alcuni ragazzi hanno anche urinato sul vestito da sposa della madre della ragazza, hanno rubato denaro e gioielli, hanno spento sigarette sulla moquette, hanno vomitato ovunque e hanno sbarrato con barricate le porte posteriori della casa per impedire ai vicini, stanchi dei rumori notturi, di entrare nell'abitazione.
POLIZIA - Inevitabile l'arrivo della polizia con conseguente fuga dei teppisti: secondo i vicini dalle 9.30 della sera davanti alla casa dei Bell sono sbarcati numerosi taxi e minibus dai quali sono scesi centinaia di ragazzi carichi di bottiglie di birra e alcool. "Sono disgustata da quello che è successo" afferma Elaine Bell, madre della giovane ragazza che ha organizzato il party. "Mi stavo sentendo male quando sono entrata in casa. Rachel ha perso la mia fiducia. Le avevo detto che non volevo nessun ragazzo in casa mentre ero fuori e soprattutto non volevo che si bevesse"
CRITICHE - I vicini hanno severamente criticato l'operato della polizia che non è intervenuto subito e che ha evitato di arrestare i teppisti quando è giunta sul luogo. Secondo la polizia molti dei teppisti che sono intervenuti alla festa hanno fatto centinaia di chilometri e non abitano nei pressi dell'abitazione della famiglia Bell. La diciassettenne ha cercato di giustificarsi affermando che al massimo si aspettava che venissero 40 persone, ma molto presto si è resa conto che le sue previsioni erano sbagliate: «Il party doveva iniziare alle 10, ma già alle nove e trenta abbiamo visto persone scendere dalle macchine. Non li abbiamo riconosciuti e abbiamo sprangato la porta, ma essi si sono arrampicati e sono entrati dalla finestra». La più triste sembra essere la madre della giovane: «La mia casa è stata violentata. Abbiamo sempre mantenuto quest'abitazione immacolata. Adesso ci sentiamo dei senza tetto. Non possiamo più vivere qui».
Francesco Tortora
13 aprile 2007




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15 dicembre 2006

attacare la cultura è un cattivo esempio

LA POLEMICA/ Amato attacca i neomelodici, l'Unione i Vanzina
Chi avrebbe mai detto che Merola e Boldi sarebbero diventati "maledetti"?
Canzoni e un film per nemici
è il mito dello spettacolo educativo

Ma davvero Giuliano Amato pensa che le sedute del Consiglio dei ministri e l'intera politica nazionale siano meno diseducative delle canzoni di Merola o dei film di Vanzina con Boldi? E chi l'avrebbe mai detto che proprio Merola e Boldi sarebbero diventati "maledetti" come Charles Baudelaire e come Buñuel: quid hic in hac?
Insomma, nessuno avrebbe mai pensato che, grazie ad Amato e a quattro parlamentari del centrosinistra, "le canzoni neomelodiche" della mala e i soliti film natalizi di Vanzina sarebbero finiti nel tempio della trasgressione, con I fiori del male e con Bella di giorno.
Via, nessuno avrebbe mai immaginato che al ministero degli Interni il più colto e il più sottile dei nostri politici sarebbe diventato un sergente che pensa di lottare contro la criminalità del Sud trasformando i cantanti della mala in tanti innocui Celentano che intonano Pregherò. Davvero è possibile che, anche per Amato, Napoli sia quello sgrammaticato mondo in mi settima dove scetateve guaglione e mala vita sarebbe "lento" e la polizia sarebbe "rock"?
Eppure è proprio lui, Giuliano Amato a celentaneggiare proponendo ai napoletani di sostituire le canzoni avvelenate con i cori del catechismo, specchio di specchiate virtù. E' proprio lui a credere nella canzone rieducativa, nel concerto tenuto a Napoli da un istitutore, da un aio, da un precettore, da un prete. Ed è, senza neppure saperlo, in ottima compagnia, visto che quattro parlamentari hanno chiesto alla Rai di mettere all'indice Olè di Boldi e di pubblicizzare "solo film di valore riconosciuto, premiati a Venezia o a Cannes".
Ebbene, come prima cosa, se io fossi un neomelodico chiamerei a festa i neomelodoci del mondo, non solo i napoletani, ma anche i siciliani, i turchi, i tunisini, i marsigliesi, tutti i mediterranei e, perché no?, i vecchi classici milanesi, quelli di Hanno ammazzato il Mario, Ma Mi, Jenny delle Spelonche, i Gufi, Nanni Svampa, la giovane Ornella Vanoni..., con una bella combinazione di chitarre, tamburi, mandolini, corni, muezzin, sangu chiama sangu, cu sgarra paga, stasera miezo a uommene scicche e fimmine pittate abballa un contandino zappatore, insomma se fossi un cantante della mala ringrazierei, a nome della categoria, il ministro Amato perché nulla come la sua condanna morale potrà fare bene alle canzoni, è un anatema che equivale al premio Oscar, alla vittoria a Sanremo, al Telegatto.
E pensate come deve sentirsi Gigi D'Alessio adesso che sa che il ministro degli Interni vorrebbe mettere le manette alle sue ballate, fare una retata e arrestare non solo il latitante e il guappo veri ma anche o latitante e o guappo cantati. In prigione le storie di prigione: Gigi D'Alessio come Oscar Wilde, come Flaubert.
Se poi fossi Carlo Vanzina sarei ancora più felice e mi mostrerei davvero grato verso gli onorevoli Ceccuzzi (Ds), Villari (Margherita), De Petris (Verdi), Di Lello (Rifondazione) perché l'idea che il film Olé sia una cattiva azione contro i professori italiani, una coltellata al mondo, insomma "poesia" trasgressiva, non sarebbe venuta in mente a nessuno. E non si tratta qui di promuovere la qualità di questi film o di non difendere il decoro dei professori. Il primo ad offendere i professori, a condannarli ad un destino di sradicati, è lo Stato che li paga meno delle cameriere, con un salario che, nel migliore dei casi, è la metà di quello dei loro colleghi europei.
Boldi, invece, diverte molti italiani, è un fenomeno di botteghino, un successo di pubblico, ed è meglio andarci piano con il concetto di diseducazione.
Non sappiamo quanto siano educative le liti dentro la maggioranza e la creatività estemporanea di tutti, ma proprio tutti, i ministri, adesso anche di Amato.
Sappiamo però che l'educazione non c'entra con lo spettacolo. Altri sono i luoghi educativi: le famiglie, le scuole, l'università... Pensare che le canzoni e i film debbano essere educativi non è un pensiero degno di Amato. Si va al concerto, anche a quello di D'Alessio, e al cinema, anche a vedere Boldi, per svagarsi, per dimenticarsi, per trasgredire e per insanire. Il concerto non è la Messa, non è la sezione di partito, non è una lezione su Kant.
Quando Amato fu scelto al ministero degli Interni pensammo che non c'era molto senso nell'affidare al più raffinato degli intellettuali la nostra sicurezza assediata, ma ci augurammo che, pur non essendo un uomo di mano, quella sua intelligenza tutta speciale lo avrebbe messo in stato di grazia, e avrebbe fatto di lui il primo dei ministri degli Interni discutant, il primo che dispiega la forza e che la spiega. E invece, con sorpresa, eccolo trasformare il ruolo del ministro di polizia in quello di pedagogo dell'Ordine.
Amato si comporta a Napoli come la giunta Albertini a Milano che voleva bloccare il concerto di Marilyn Manson e obbligare Vasco Rossi a spogliarsi della sua maglietta con la foglia di cannabis per indossare un tenuta "più morale", appunto "più educativa".
Amato si faccia spiegare dal meno colto ma più vivo Veltroni che l'eroina cantata è innocua, anzi a volte è un controveleno, un antidoto, perché sicuramente i concerti non uccidono, e persino qualche volta guariscono. O latitante in concerto è come la cannabis stampata sulla maglietta di Vasco, come certi eccessi pagani nelle feste cattoliche, come i fuochi d'artificio o, perché no?, come i rutti durante l'Oktober fest, come il sangue nelle strade di Pamplona, e non si possono denigrare i popoli per le loro canzoni, né si possono governare le pulsioni artistiche come si governa il traffico, con le prediche al posto dei semafori.
Qualche anno fa la Bbc mandò in onda un lungo, indimenticabile documentario, che fu ripreso da tutte le tv del mondo, sugli sciiti iraniani che spesso invadono le strade flagellandosi con fruste di ferro, sul corpo e sulla faccia, ed emettendo litanie di infelicità, con una voce che si vedeva, si sentiva, si toccava.
Quella voce era la polvere, era la collera, era la violenza cieca di un popolo, e si rivelava come arte, terribile poesia popolare nell'universo scomposto del fanatismo, della miseria collettiva, dell'orrore della folla. Ebbene, quella litania "neomelodica" era la causa o l'effetto? E chi può dire quanti cantavano quella litania proprio per non farsi kamikaze, invece di concedersi al martirio, al posto di sacrificarsi?
Infine, questa nostra Napoli, caro Amato, non merita che l'illuminismo con il quale la dobbiamo riconquistare, diventi cupezza. Napoli deve avere i momenti in cui è lecito insanire, deve teatralizzare tutte le pulsioni dei suoi abitanti, e nessun poliziotto può permettersi di scambiare la malavita cantata con la malavita reale, confondere appunto la causa con l'effetto.
Un paio di anni fa, qualcun altro, meno attrezzato di Amato, voleva censurare gli spot che, ispirati alla letteratura mafiosa, pubblicizzavano la Renault Scenic "l'auto ideale per... la famiglia". E già il governo Berlusconi, che aveva un pessimo rapporto con tutto ciò che esce dalle maglie del conformismo, si chiami canzone, o zingari o immigrati o omosessuali, lanciò l'idea di arruolare le star del rock nella lotta alla droga, di trasformare in catechesi la trasgressione, di depotenziare l'artista-ribelle che infastidisce come una medusa nel mare, disturba come una marmitta sfiatata: Heroin, storia di un buco canta Lou Reed.
Anche Marlon Brando e Robert De Niro furono accusati di offrire, con i loro padrini, un'epopea, una fisiognomica e persino una bellezza morale agli ammazzacristiani, la cui unica risorsa è il delitto. Poi però arrestarono Riina e Provenzano, non Brando e De Niro.

da repubblica.it




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6 dicembre 2006

rieccomi

ESTERI

Una passeggera accende un fiammifero in cabina per camuffare il cattivo odore
Il Volo AA per Dallas dirottato in pieno allarme verso l'aeroporto di Nashville

Usa, "flatulenze a bordo"
atterraggio d'emergenza


NASHVILLE - Atterraggio d'emergenza per flatulenza a bordo. E' successo negli Stati Uniti, dove un aereo dell'American Airlines è stato fatto atterrare all'improvviso, ieri, dopo che una passeggera aveva acceso un fiammifero per "nascondere" l'odore di una flatulenza.
Il volo in rotta verso Dallas è stato dirottato a Nashville, in Tennessee, in pieno allarme: diversi passeggeri hanno avvertito, preoccupati, gli assistenti di volo di sentire a bordo un forte odore di zolfo, dal cerino bruciato.
Tutti i 99 passeggeri a bordo e i membri dell'equipaggio sono stati fatti scendere dall'aereo, i bagagli scaricati ed ispezionati.
Poi gli interrogatori degli agenti dell'Fbi e l'inattesa confessione. Una passeggera ha ammesso di essere stata lei ad accendere il fiammifero, nel tentativo di camuffare il cattivo odore. La donna, ha riferito una portavoce dell'aeroporto internazionale di Nashville, ha detto di avere una malattia che le provoca gli spiacevoli sintomi, senza specificare quale.
Il volo è ripartito senza incidenti, ma la donna non è stata fatta risalire a bordo. Contro di lei, però, nessuna accusa.


da repubblica.it




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17 settembre 2006

il bello del calcio





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14 settembre 2006

Politica e file sharing

Il sasso nello stagno lo ha gettato l'ex ministro del Welfare Roberto Maroni. Ed è la provocazione di uno — a suo modo — del mestiere, visto che il capogruppo della Lega alla Camera è un bluesman: suona l'organo Hammond con i « Distretto 51 » , la sua band e lo scorso anno ha anche registrato un cd di musica soul per beneficenza. « Scarico illegalmente musica da Internet » ha confessato Maroni a Vanity Fair , « mi autodenuncio, così il caso finisce finalmente in Parlamento » . Perché scaricare gratuitamente musica dalla rete è illegale. Certo, la legge Urbani del 2004 contro la pirateria telematica è stata votata anche dalla Lega. È vero che permette il file sharing , cioè lo scambio di canzoni e film tra computer personali, ma solo se i file sono corredati da un marchio che prova il pagamento dei diritti d'autore. Praticamente non succede mai. E dunque lo scambio si configura come « illegale » . Ma Maroni non demorde e al telefono ribadisce: « Scarico da Internet perché la musica deve essere libera e accessibile a tutti. Occorre da una parte salvaguardare il diritto dell'autore e dall'altra cancellare le barriere che impediscono di diffonderla» . Insomma, per l'esponente del Carroccio « bisogna trovare un modo per togliere dall'illegalità questo sistema. Non è un problema legislativo, ma una questione sociale. È uno scambio da privato a privato, non c'è sfruttamento commerciale, io sento l'iPod... » .
E lancia una proposta: « Le grandi case discografiche facciano una iniziativa, coinvolgendo la comunità web, magari anche qualche hacker, per trovare una soluzione, in modo da passare dalla repressione, che non serve, alla collaborazione » . In attesa di questa nuova fase, c'e chi non transige: la musica si compera. Scaricarla da Internet « è un furto » per Bobo Craxi. Il sottosegretario agli Esteri, che vanta un passato da chitarrista in un tour di Ron e ha calcato con Lucio Dalla il palco di una Festa dell'Unità, ammette che gli « è capitato ma la rete non è la mia fonte: ho scaricato qualche rarità o performance live che non si trovano in commercio, ma mai un intero cd. Di solito compero dischi, libri e film — racconta — . Sono per l'oggetto tradizionale, perché non è un problema di libera fruizione dell'arte quanto di tutela dei lavoratori che stanno dietro al prodotto » . Non ha dubbi invece sull'ammissibilità della pratica Giorgia Meloni, classe 1977, vicepresidente della Camera e presidente di Azione giovani di An: « Mi è capitato di scaricare qualche brano, in genere cerco in rete la canzone singola. Del resto non ho molto tempo. Maattualmente la musica è considerata un bene di lusso, con l'Iva sui cd al 20% il risultato è la pirateria. Chiunque preferisce un cd originale, ma per i ragazzi i costi sono proibitivi. E come Azione giovani siamo sensibili al problema... » . Non è d'accordo con lei il collega di partito Maurizio Gasparri. Per l'ex ministro delle Comunicazioni « il diritto d'autore va salvaguardato, anche se i giovani sono per il tutto gratis. Io uso l'iPod, ma nella legalità. L'esperta in casa è mia moglie, è lei che mi carica i brani » .
Gasparri concorda però con la Meloni sui costi: « La musica dovrebbe essere meno cara, aiuterebbe contro la pirateria » . Solo dischi originali anche per l'eurodeputato dei Comunisti italiani Marco Rizzo: « Soffro di una sorta di feticismo dell'oggetto, quindi compero i cd e ho ancora i vecchi padelloni. Ho trovato due vecchie raccolte dei Clash, il complesso punk rock inglese della fine degli anni 70 — racconta con soddisfazione — . I miei figli mi hanno regalato un iPod, che però è fermo a poche registrazioni. Ma non scarico brani dalla rete: una prassi che non giustifico ma che comprendo, la musica è cara e per i giovani è un investimento, lo era anche per noi. Ora però ho una stipendio sufficiente... Certo ci vorrebbe una riduzione dell'Iva » . Il no global Francesco Caruso, deputato di Rifondazione, invece continua a ricorrere a Internet: « Sono dieci anni che lo faccio, quando la rete non c'era ancora. C'ho di tutto: cd, documentari, film... soprattutto le ultime uscite, è più comodo. I pescecani delle multinazionali hanno fatto della musica una merce, ma si mettano l'animo in pace: il copyright se lo possono dimenticare. È impossibile impedire il file sharing . Io scarico dai new melodici napoletani alla musica punk » . Tutto sul borghese iPod? « Nooo, su un lettore mp3 » .
Francesca Basso
14 settembre 2006

da corriere.it




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11 luglio 2006

syd barrett - 8 luglio 2006





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7 giugno 2006

preston

Aveva 59 anni. Era malato da tempo. Suonò anche con i Rolling Stones e Clapton. Una carriera tra droga, alcool e guai con la giustizia

Usa, è morto il "Quinto Beatles"
La musica piange Billy Preston


<B>Usa, è morto il "Quinto Beatles"<br>La musica piange Billy Preston</B>

NEW YORK - E' morto a 59 anni Billy Preston, il "Quinto Beatles", e l'unico tastierista al mondo ad aver suonato sia con i Beatles che con i Rolling Stones.

Preston è deceduto al Shea Scottsdale Hospital di Scottsdale, in Arizona. Una malattia lunga e travagliata la sua che lo aveva costretto a vivere gli ultimi anni in ospedale, sempre sottoposto a dialisi. Il suo male era stato provocato da un'ipertensione maligna che gli aveva causato un blocco renale e altre complicazioni. Nel 2002 era stato sottoposto ad un trapianto di reni. Ma dal 21 novembre si era spenta ogni speranza: il musicista era entrato in coma profondo.

Nato aHouston, Preston era soprannominato nel mondo della musica il "Quinto Beatles" perché sotto contratto con la Apple, aveva suonato la tastiera in Let It Be, The White Album e Abbey Road. All'inizio degli anni Sessanta Preston era andato in Europa con Little Richard per suonare a Amburgo. I Beatles erano complesso di apertura e Billy, secondo la leggenda, fu quello che si assicurò che ai quattro ragazzi di Liverpool arrivasse da mangiare. Il musicista dalla capigliatura Afro diventò molto amico di George Harrison con cui aveva collaborato nella realizzazione del "Concerto per il Bangladesh", un'esibizione memorabile per Preston. Ma non solo, era riuscito a suonare anche con i Rolling Stones in Miss You e Can't You Hear Me Knocking? Oltre ad essere una valida e costante spalla per Eric Clapton.

Negli anni Settanta il successo con una serie di singoli come Nothing From Nothing, Will It Go Round in Circles e You Are So Beautiful, che Joe Cocker trasformò poi in un fenomeno internazionale. Nel 1973 vinse anche un Grammy con Outta Space. E come riconoscimento e segno di stima perfino Miles Davis aveva intitolato una canzone a suo nome. Musicalmente influenzato da Little Richard, Mahalia Jackson (con cui aveva esordito a dieci anni alla tastiera) e James Cleveland.

Ma dagli anni '80 Preston aveva avuto problemi non solo di salute: nel 1992 era stato condannato a nove mesi di prigione, commutata in riabilitazione forzata, per droga. Cinque anni dopo era stato condannato a tre anni di prigione per aver violato la libertà vigilata. Nel 1998 si era dichiarato colpevole per frode e aveva accettato di testimoniare contro altri imputati in una truffa da circa un milione di dollari.




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4 giugno 2006

parola del profeta

L'ex leader dei Pink Floyd apre a Lisbona la serie dei suoi concerti
Uno show totale contro Bush e Blair che arriverà anche in Italia

Roger Waters, il tour è partito
un atto d'accusa contro la guerra
di CARLO MORETTI

LISBONA - L'ossessione di Roger Waters per l'insensatezza e la crudeltà della guerra ha segnato tutta la sua carriera artistica, dentro e fuori dai Pink Floyd. Ma la cronaca di questi ultimi decenni ha continuamente alimentato il trauma che l'artista di Cambridge, oggi 61enne, ha vissuto da bambino, quando il padre morì durante il secondo conflitto mondiale. L'autobiografia s'è fatta largo in modo drammatico tra le canzoni di The Wall, la critica politica contro la Thatcher e la guerra delle Falkland ha guidato la mano per i testi di The Final Cut, il senso di sconforto per l'umanità accecata dall'odio ha segnato i brani di Amused To Death. Oggi che nuovi eroi negativi cercano gloria e potere uccidendo il prossimo, Waters realizza con il suo concerto un atto d'accusa durissimo contro la guerra in Iraq di Bush e Blair recuperando dal suo passato proprio questi tre album.

Il tour mondiale partito da Lisbona lo porterà stasera e domani all'Arena di Verona, poi in Europa e, nel mezzo, di nuovo in Italia, il 16 giugno a Roma e il 12 luglio a Lucca. In autunno Waters arriverà negli Stati Uniti, dove il consenso per Bush già vacilla di suo.

Non è un vero e proprio concerto, è piuttosto un'esperienza sensoriale. E non solo per la cura maniacale del suono e per gli effetti in quadrifonia in cui si ritrovano i semi lanciati dal produttore storico dei Pink Floyd Alan Parsons. Ogni brano è accompagnato nello show dalle immagini di un piccolo film: ci sono foto che improvvisamente si animano e scoprono il mondo di Waters, i suoi incubi, le sue ossessioni; ma c'è anche il privato in bianco e nero con i Pink Floyd sulla spiaggia di Brighton o in un campo di grano, il tributo a Syd Barrett che con Waters fondò il gruppo per poi perdersi nell'acido lisergico.

E' un atto d'amore quello per Barrett che percorre come un filo rosso tutto lo show e che nella prima parte è sottolineato dai brani di Wish You Were Here mentre nella seconda, quando a Lisbona sono già le due del mattino, Waters affida all'esecuzione per intero (come fosse una partitura) di The Dark Side Of The Moon, di fronte agli ottantamila spettatori del festival Rock in Rio-Lisbon.

La riflessione sulla guerra in Iraq non ha ancora prodotto un disco, anche perché negli ultimi anni Waters si è dedicato alla scrittura e all'esecuzione dell'opera lirica sulla rivoluzione francese Ça Ira. Ma per rivolgersi direttamente a Bush e, in modo tanto confidenziale quanto ironico, a "Tony" (Blair) nel 2004 Waters ha scritto un brano che presenta in anteprima per l'Europa in questo tour. Si intitola Leaving Beirut, racconta di un suo viaggio a diciassette anni nei paesi arabi ed è accompagnato per l'ennesima esplosione di creatività multimediale da un fumetto, che il pubblico può leggere mentre sul palco i musicisti eseguono la canzone e che diventa un possibile karaoke quando il testo del fumetto si sovrappone al cantato dell'ex Pink Floyd.

A Bush, Waters domanda quali guasti abbia prodotto la sua educazione cattolica laggiù nel Texas, a "Tony" invece si rivolge per chiedere se trovi davvero giusto ripagare con le bombe le gentilezze e il rispetto sacrale nei confronti degli ospiti che gli arabi da sempre nutrono.

La follia della guerra trova il punto di massima esplicitazione in Perfect Sense, unico brano da Amused To Death: lo sguardo sulla terra da un satellite compie uno zoom fin dentro uno stadio stracolmo di pubblico urlante, ma al posto del prato verde c'è un'immensa piscina solcata da un sottomarino: saranno i suoi missili a "fare gol" distruggendo un ostacolo, e il fungo atomico che si alza minaccioso viene accolto dal tripudio della folla moltiplicato dalla quadrifonia.

La parte più inquietante e amara dello show passa invece attraverso i brani di The Final Cut: "I had a dream", canta Waters in The Gunner's Dream mentre una pioggia di papaveri rossi getta un po' di colore sul grigio inquietante di paesaggi devastati dalla guerra, e quando poi canta con la voce spezzata e straziante "nessuno uccida più i bambini", un urlo disumano proveniente dal fondo dell'arena squarcia l'aria mentre tutti si girano a guardare, in un sussulto generale di terrore e sorpresa.

Ancora portaerei ed elicotteri su Southampton Dock mentre in mezzo alla distruzione e alla desolazione di The Fletcher Memorial Home, luogo di riposo e di cura per militari che hanno perso il senno, su un muro compaiono a sorpresa le foto ingiallite di Bin Laden, di Bush, di Blair, di Reagan, di Saddam Hussein.

I Pink Floyd hanno sempre curato l'aspetto visivo dei loro show, Waters con questo concerto può anche non aver inventato nulla, neanche per l'esplosione sui due finali di fuochi d'artificio e per i cannoni lanciafiamme che si alzano altissimi sul fronte del palco. La notizia è semmai che Waters è tornato dentro al sogno visionario dei Pink Floyd, compreso il maialino in volo tra le ciminiere come sulla copertina di Animals, immagine che in concerto accompagna l'amara Sheep, critica sul popolo pecorone, come sempre schiavo dei porci e dei cani che orwellianamente guidano e controllano il mondo. Un ritorno allo "show totale" come mai aveva fatto in precedenza, compresi i tour visti in Italia cinque o sei anni fa.

"Anything is possible", ha scritto sul suo sito ufficiale Waters sotto la foto che lo ritrae con David Gilmour, Nick Mason e Richard Wright per la reunion dello scorso anno al Live 8. Forse davvero tutto è possibile, anche sognare i Pink Floyd di nuovo insieme, almeno qui a Lisbona, e a notte fonda, mentre gli aerei solcano il cielo e ci sembra quasi di poterli toccare.




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16 maggio 2006



«Non sono il buratinaio e non c'è una cupola. Mio figlio non c'entra»
Moggi: «Mi sono difeso dai poteri forti»
Dalla formazione delle terne arbitrali al sequestro di Paparesta, questi i temi dell'interrogatorio che è durato oltre sei ore

Gli occhi gli sono diventati lucidi e per lui non deve essere stato facile farsi vedere in un momento di difficoltà proprio dai magistrati che di fatto lo hanno tirato giù dal ponte di comando del calcio italiano. Per due volte Luciano Moggi si è commosso, durante le sei ore di interrogatorio al quale è stato sottoposto ieri dai pm Narducci e Beatrice in una caserma dei carabinieri.

La voce gli si è strozzata, è sparita quell'aria furba e sicura che si porta appresso da quando cominciò a piazzare i primi giocatori al calciomercato e che negli anni è cresciuta esattamente quanto è cresciuto il suo potere. Ma sono stati solo attimi. Giusto il tempo di buttare giù un sorso d'acqua e ricominciare a spiegare ai pm il mondo del calcio secondo Luciano Moggi. Lo fa seguendo un percorso che parte da una improbabile ammissione di debolezza («io sono un signor nessuno») e si snoda lungo una strada che inizia molto prima di quell'ottobre del 2004 in cui i carabinieri misero sotto controllo i telefoni del dg juventino e cominciarono a intercettare colloqui tra tutti i potenti del pallone, scoprendo quella che gli inquirenti hanno definito una «associazione a delinquere» che pilotava i risultati dei campionati grazie a arbitri e guardalinee amici.

Moggi nega l'esistenza di quella Cupola, dice che nel calcio «ognuno va per conto suo», e parla di un virus che ha infettato il pallone ben prima che lui entrasse a far parte dell'ambiente, del quale nega di essere mai stato il burattinaio. Parla invece della Juventus. E dice che è l'unica squadra che i soldi li fa sul campo, con le partite. Che non ha televisioni alle spalle, e che la famiglia proprietaria non interviene con le proprie finanze a ripianarne i debiti. Altri, spiega ai due pm ancor prima che loro inizino a far domande, sono i poteri forti. Quelli che controllano il mercato dei diritti tv, dal quale - dice Moggi - arriva il 90 per cento degli introiti per le società calcistiche. Ecco, quindi, che a capo di questo discorso la Juve diventa la società che nell'universo calcio non è la padrona ma anzi è costretta a difendersi, e quindi «se qualcosa è stato fatto, è stato per difendersi».

Un ragionamento che abbatte il «sistema Moggi», emerso dall'impianto dell'inchiesta di Narducci e Beatrice e che sposta altrove il cuore del problema. I pmne prendono atto e probabilmente da domani, quando rientreranno a Napoli — dopo aver ascoltato oggi l'arbitro Collina e Carlo Ancelotti su vicende relative al campionato 1999-2000, e successivamente anche il presidente di Lega Galliani e l'allenatore dell'Inter Mancini — cominceranno anche a ragionarci sopra per valutare se da quel discorso possono nascere altri spunti di indagine. Ma ora da Moggi vogliono risposte, non solo ragionamenti. Gli chiedono di quando al telefono con Pairetto preparava la griglia delle partite più importanti e dei relativi arbitri. Lui glissa, dice di non ricordare granché. Poi alla fine spiega che se si interessava degli arbitri era solo per aiutare il designatore a individuare i più bravi.

Gli chiedono dei suoi rapporti col vicesegretario federale Innocenzo Mazzini e lui risponde che «Mazzini è un chiachiello », ricorrendo a una espressione napoletana che sta a significare varie cose: chiacchierone, stupido, tipo poco affidabile e roba del genere. Poi c'è il primo attimo di sbandamento, quando il discorso tocca Alessandro Moggi, che dalla Procura di Napoli è indagato sia nell'inchiesta sulla Gea che in quella sulla frode sportiva. Sul figlio, Luciano risponde né da burattinaio né da manager. Risponde da padre: «Lui è giovane ed è un bravo ragazzo. Non c'entra niente. Lasciatelo stare». Barcolla anche quando il discorso tocca i suoi rapporti con uomini politici. Nelle intercettazioni compaiono i nomi del ministro dell'Interno Pisanu, amico di Moggi di vecchissima data, e dell'ex ministro dell'Economia, Siniscalco, grande tifoso juventino. Ma non c'è nulla di penalmente rilevante, in quei colloqui, e quindi si passa avanti.

Al caso Paparesta, l'arbitro che insieme con i suoi due assistenti, il 6 novembre del 2004 fu chiuso da Moggi nello spogliatoio dello stadio di Reggio Calabria perché aveva dato un rigore alla Reggina determinando la sconfitta dei bianconeri. Per quell'episodio Moggi e Antonio Giraudo, fino alla scorsa settimana amministratore delegato juventino, sono accusati di sequestro di persona. In altri momenti Moggi probabilmente avrebbe commentato l'episodio con risate e battute, come fa nelle telefonate intercettate.

Davanti a Narducci e Beatrice, invece, sostiene che non voleva sequestrare nessuno, ci mancherebbe. Quella, spiega, fu solo la protesta di un dirigente giustamente contrariato per il comportamento della terna arbitrale. Su altri episodi i ricordi sono annebbiati, e alla fine si decide di chiudere dopo sei ore. Se ne riparlerà più avanti, ma forse più che un secondo interrogatorio ci sarà una memoria difensiva su tutti i punti contestati.




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20 aprile 2006

viva radio-fiorello

Ieri era meglio farsi le canne, oggi parla di ergastolo per chiunque commetta un qualsiasi reato contro i minori. Non è un politico reso folle dal pareggio elettorale, ma Fiorello che dice la sua dai microfoni di Radiodue. Su fatti di cronaca e politica, a gamba tesa contro la diplomazia. Un pazzo ubriaco guida contromano sulla Pontina e uccide tre persone? "Se si fosse fatto una canna non sarebbe successo: viaggiando a trenta all'ora, al massimo gli suonava dietro una fila di macchine. E levate!" E ancora: "Finché non metteranno sulle bottiglie di whisky la scritta 'nuoce gravemente alla salute', continuerò a dire che l'alcol è peggio della marijuana", e viva le canne.

Perché dopo arriva il finto lancio d'agenzia che annuncia il lancio della "Fiat Canna", nuova creatura di Montezemolo. Lui, pronto, chiosa subito: "meglio quella Multipla". No, non fustiga i costumi, ma i legislatori. Di questo "paese delle banane" dove uno stupra un ragazzino, "poi esce fuori per infermità mentale e ne ammazza un altro". Che fare? Scegliere l'opzione estrema, quella che lo stesso Fini scartò quando ritrovarono Tommaso, l'ergastolo. Anche doppio se possibile. E senza bisogno di commettere un assassinio "basta un qualunque delitto contro un minorenne. Stupro, rapimento, è uguale: ergastolo secco!".


Marco Baldini cerca di arginarlo, ma a Fiore queste cose "mandano il sangue al cervello". E continua prendendosela col governo che conta, ma non c'è. Dieci anni e saremo ancora qui a contare le schede, indipendentemente dallo schieramento politico. Ma cos'è successo? A febbraio se l'era presa con Castelli e la legge sulle droghe. Ma sottovoce, chiarendo subito che drogarsi è pericoloso. Poi, stuzzicando il ministro, lo aveva incalzato ironizzando sullo spinello intelligente, e Castelli era crollato ammettendo che sì, la canna domestica, quella rollata nel perimetro casalingo, non è reato, "la legge non lo prevede". Da da un paio di giorni però i toni si sono accesi, e l'attualità s'è incuneata come un maglio nell'esordio della trasmissione. Proprio in quelle prime battute, dove stavolta non c'è proprio niente da ridere.




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19 aprile 2006

finalmente è ufficiale

"Ha vinto l'Unione"
La Cassazione conferma l'esito elettorale

La Cassazione ha confermato l'esito della consultazione elettorale: "Ha vinto l'Unione". Lo scarto tra le due coalizioni alla Camera è di 24.755 voti per il centrosinistra, 469 in meno rispetto ai dati diffusi dal Viminale. Anche il ricorso di Calderoli sui 45 mila voti contestati è stato respinto. Immediate le reazioni: l'Ulivo parla di fine del "teorema fasullo" di Berlusconi mentre Tremonti dichiara che serve un ulteriore supplemento di controlli. Il segretario dell'udc Cesa, invece, riconosce il verdetto della Corte e augura a Prodi buon lavoro.




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15 aprile 2006

apparenze

Il padrino di Cosa Nostra catturato a due passi da Corleone sembra uscito da una pagina di Camilleri, dalle Cinquanta paia di scarpe chiodate, il racconto su un «re pastore» indicato da un brigadiere al commissario Montalbano, fra le pecore di una masseria, come un paciere che «amministra giustizia». A suo modo, «uomo di saggezza e d'esperienza». È su questa contraddittoria immagine tra affari milionari e vita francescana di Bernardo Provenzano che il New York Times ha chiesto lumi ad Andrea Camilleri. E lui s'è messo al computer per spiegare agli americani «perché il padrino viveva da povero». Proprio come ha fatto ieri sul Corriere della Sera il procuratore Piero Grasso spiegando che «il boss voleva dare l'esempio». L'antropologia della mafia diventa così indagine giudiziaria e letteratura insieme.

Sorpreso, Andrea Camilleri, dalla realtà che presenta il padrino con lo stesso cliché di un antico mafioso già visto nei film e nei suoi libri?
«Nessuna sorpresa. Me l'aspettavo così. Come vidi quel Cuntrera arrestato in Venezuela dopo le stragi del '92, uno di Siculiana, il paese vicino al mio, Porto Empedocle».
Il ministro delle Finanze di Cosa Nostra, si disse.
«Pure lui con la faccia e l'atteggiamento di un contadino. Ma solo nell'aspetto».
Scrutiamo oltre.
«Da Cuntrera ai tanti boss presi in questi anni, sono sempre insaccati in una sorta di divisa. Sì, la divisa del mafioso di campagna. Magari con qualche giacca di fustagno, trasandati, dando sempre questa immagine di provenienza pastorale».
Lo vede come un trucco, come sola apparenza?
«In realtà è solo l'immagine che danno. Perché poi sono modernissimi in quella che è la tecnica del malaffare, l'assegnazione degli appalti, la scelta di chi votare alle elezioni o su chi mettere come uomo giusto al posto giusto nei nodi cruciali dei fatti amministrativi. Allora, alla loro divisa di contadini sembra sovrapporsi il colletto bianco».
E non c'è etica sotto la divisa? «
Vogliono apparire in un certo modo, ma sono un'altra cosa. E poi questa vita ascetica che molti conducono un po' è dettata dalla necessità della latitanza. È chiaro che se alloggiano in un albergo a cinque stelle rischiano di essere beccati subito. Più difficile in una casupola di campagna o dentro un pagliaio».
«Costretti all'angolo», come dice il procuratore Grasso?
«Questa vita senza comodità è dettata dalla necessità. Non è che intendono dare sempre un esempio di moralità. Ma è anche vero che l'esercizio e il gusto del potere, inteso pure come potere di vita e di morte sulle persone, non solo il potere sugli affari, compensa in questi soggetti ad abundantiam il loro disagio di vita quotidiana».
Il potere meglio di una vita agiata?
«Noi siciliani abbiamo un bellissimo proverbio, "cumannari è meglio di futtiri". E si adatta a perfezione, il comandare è meglio di qualsiasi altra cosa. Per loro non è importante che il potere stesso sia sorretto dall'immagine che noi abbiamo del potere».
Un potere ancora solidissimo, a suo avviso, quello del «re pastore» Provenzano?
«Quando queste persone vengono arrestate è perché si sfilaccia la rete di protezione fatta da politici, imprenditori, gente incensurata, gente insospettabile. E succede nel momento in cui il boss ha meno potere. Allora, se è vero il detto italiano per cui "morto un papa se ne fa un altro", io credo che nella mafia il nuovo papa venga già fatto nel momento in cui il papa vecchio si ammala».
Non se ne aspetta la morte?
«Non si aspetta. E, quindi, dire "abbiamo decapitato la mafia" mi sembra eccessivo. Per questo grande arresto va resa tutta la nostra personale gratitudine ai magistrati e alle forze dell'ordine. Ma in realtà, e sempre secondo il mio parere, la cattura di Provenzano rappresenta solo le esequie del papa vecchio».
E i papabili?
«Già in funzione».
Si fanno un paio di nomi.
«Sì, mi pare uno con 13 anni di latitanza e l'altro 12. Non so se le elezioni del nuovo papa vengono fatte in base all'anzianità di latitanza... Visto che felicemente non sono addentro alle loro regole, mi auguro che non bisogni aspettare altri trenta anni perché vengano catturati».
Che cosa consiglierebbe al commissario Montalbano?
«Intanto, mi auguro che i nuovi padrini si cambino le mutande con maggiore frequenza».
Le mutande?
«Se è vero che Provenzano è stato catturato perché aveva bisogno di un paio di indumenti puliti, non possiamo aspettare che questo cambio avvenga ogni 43 anni».
Oltre alla «divisa» da contadino, c'è molta curiosità sulla «dieta Provenzano», miele, ricotta e cicoria...
«Mangia cicoria pure Rutelli... Ma è solo una battuta. Provenzano, poveraccio, è un uomo malato, uno a stecchetto, senza vino, senza niente».
Gli restano le preghiere e una ostentata veste mistica...
«Sì, le cinque Bibbie di cui quattro intonse e una molto usata, tre crocifissi al collo, il rosario, santini, padre Pio. E non c'era un "pizzino" nel quale, in qualche modo, non ci facesse entrare Dio. Qualcuno si può stupire che i mafiosi siano così religiosi, però bisogna cercare di capire che spesso la religione nei siciliani assume una certa inquietante forma di superstizione».
Dobbiamo rileggere le «Feste religiose» e pagane di Sciascia?
«Ricordiamoci di quel Pietro Aglieri con il prete che gli andava a dir Messa nel covo».
Questi boss si convincono di agire per il Bene?
«Pensano di fare il bene per il bene di tutti. Non sono i soli, in Italia. Ma anche i nazisti avevano una cintura con scritto Gott mit uns (Dio con noi, ndr)».
Il «re pastore» non si sente comunque un po' demodé?
«Il vecchio mafioso dentro di sé dice: "Noi abbiamo ormai sistemi arretrati, siamo come le vecchie 500 che vengono buttate fuori strada dalle Bmw dei nuovi mafiosi". Perché credo che i vari Riina e Provenzano, in fondo, siano stati lasciati a campare nel loro redditizio orticello».
I veri affari vanno cercati oltre?
«Pensare che gli affari di una multinazionale com'è la mafia siano quei pochi appalti lasciati gestire al buon Provenzano significherebbe non avere capito niente dell'importanza della mafia».
E i nuovi padrini come li immagina?
«La vera mafia oggi come oggi deve aver cambiato aspetto e abolito i rituali: l'appartenenza alla famiglia, il santino bruciato, la punciuta. No, credo che oggi la mafia agisca su Internet, che i padrini non si conoscano fra di loro, ma che abbiano in comune la password».
Felice Cavallaro

da corriere.it




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